L’agro romano

“Fertilis frugum pecorisque tellus” – Terra fertile di messi ed armenti, l’aveva cantata Orazio.
Per avere un’idea di quello che era l’aspetto dell’agro romano, la tenuta della Caffarella ne offre un’immagine abbastanza concreta. La grande città ha allungato a raggio i suoi tentacoli e la meccanizzazione dell’agricoltura ha lasciato poco spazio all’andamento naturale, ma la tenacia di un comitato di quartiere e la disponibilità del Comune di Roma, hanno permesso di salvare e mantenere nelle vicinanze delle catacombe, un angolo quasi intatto dell’agroromano. Pascoli ondulati, fratte, rialzi di tufo, sorgenti, un piccolo fiume l’Almone, l’acqua Egeria.
Il tradizionale “acquazzone tra “le due Madonne” (15/08 – 08/09) riavvia la vita. Il prato è essiccato, solo qua e là spuntano e fioriscono le “erbe perenni” che, avendo approfondito la loro radice ad oltre un metro di profondità, han potuto sopravvivere alla lunga estate. Il Tasso con i suoi bei fiori gialli, i cardi con il loro viola, la carota selvatica col suo ombrello bianco, la malva con le sue corolle viola, la cicoria con le sue stelle azzurre, sparsi qua e là danno una nota di colore e di vita. Solo pochi giorni dopo la pioggia il prato rinverdisce di foglioline emerse dai semi delle erbe annuali cadute a giugno. In capo a qualche settimana il prato è pronto a richiamare le pecore dalla montagna dove hanno pascolato nei mesi estivi.
La “transumanza” è un fenomeno tipico (anche se non esclusivo) dell’agroromano. La descriveva un vecchio pastore di pecore di Ardea.
“Attorno ad Ardea si allevavano circa 20.000 pecore: una quarantina di greggi di 500 capi. A Maggio dopo che le pecore avevano brucato il pascolo da settembre, si radunavano i pastori e stabilivano la distribuzione delle greggi sui tratturi e come si sarebbero alternati su di essi per garantine a ciascuno un pascolo. I pochi contadini accettavano di buon occhio la sosta delle pecore che lasciavano un prezioso letame ed, al ritorno dai monti, i pastori offrivano loro una ricompensa in caciotta. Le pecore impiegavano circa un mese per raggiungere i pascoli montani.
La transumanza permetteva di evitare la malaria. Chi doveva rimanere, ad Ardea per esempio, si difendeva col fumo e mettendo attorno alle case i porcili nei quali gli animali, non coperti di pelo erano molto affetti dalle zanzare, a vantaggio dei loro proprietari. Che però finivano per ammalarsi quasi tutti”.
“…se voi obbedirete alla mia Legge, dice il Signore, vi donerò la pioggia, la pioggia d’autunno e di primavera, i vostri campi si colmeranno di messi, gli alberi di frutti”.
La scritta biblica sulla lapide all’interno della Chiesoletta era ben compresa dai contadini .
Sullo sfondo dei pascoli sia d’inverno che d’estate, tre alberi sempreverdi, sparsi più o meno qua e là, danno una nota tipica: il pino romano, il cipresso e l’elce.
Il pino, caratteristico della campagna romana, determinato dal cappellaccio, che espande le radici in una raggera superficiale, ha determinato il grande ombrello, mentre l’elce e il cipresso con le forti radici, approfittando di spaccature naturali nel cappellaccio, sviluppano radici in profondità nella terra. Nei posti soleggiati e riparati dal vento, gli olivi e le viti che hanno costretto ad usare la mazza per spezzare il crostone sotterraneo di cappellaccio, completano la famiglia degli alberi utili.
grano/pascolo/legname/olio/vino/armenti/greggi/suini ed equini completano il quadro.
Al di sotto una ricca falda trattenuta nei banchi di sabbia e di argilla di origine sedimentaria, offre all’uomo, agli animali, alle piante l’acqua necessaria.
Questa terra fertile di messi ed armenti, ricca di acque, dotata di un clima mite per effetto del riparo dei monti a nord e dalle vicinanze del mare, ospitava al tempo di Roma, un popolo di contadini, ma già ai tempi di Augusto, qualcosa non funzionava più. Era iniziato quell’abbandono dell’agricoltura, che si sarebbe accentuato nei secoli successivi. Augusto tentò di opporsi con opportune leggi, ma non vi riuscì.
Cesare ideò il progetto, di “deviare tutto il corso inferiore del Tevere… dirigerlo… attraverso le paludi pontine nel golfo di Terracina” allo scopo di utilizzare il fiume Tevere sia per il prosciugamento delle paludi stesse e sia per procacciare alla Capitale un porto di mare sicuro.
L’impresa parve così ardua che Cicerone, nella terza filippica, ne trae spunto per colpire il dittatore. Danno notizia di tale progetto Plutarco, Dione, Cassio e Svetonio. Ma Cesare morì, colpito dal pugnale di Bruto, prima che ponesse mani ai lavori.
Dopo i Goti, troviamo i Longobardi per due secoli e, i Franchi di Carlo Magno e di Pipino. L’acquitrino, la micidiale malaria avevano ripreso possesso del territorio che, in orribile stato, venne graziosamente donato dal grande Carlo al regnante Pontefice.
Accanto al problema essenziale della malaria vi erano due altre realtà che si opponevano alla presenza dei contadini nell’agroromano.