La nostra terra

Piante da appartamento, balconi fioriti, piccoli giardini sui terrazzi: un frequente incontro. La poca terra contenuta nei vasi è espressione di un amore per la natura, che la civiltà della tecnica non riesce a soffocare.
Quando nel cortile della scuola le zappe dei ragazzetti e delle bambine la rivoltano, attorno alle piante, per liberarla dalle erbacce ed essa appare pulita e pettinata dai rastrelli, non è difficile comprendere perchè la parola terra compaia tanto spesso nella Bibbia. Ce lo dice pure la lapide murata dentro la chiesoletta: “se voi osserverete i miei Comandamenti e custodirete i miei Precetti, la terra farà germogliare i suoi semi e gli alberi si copriranno di frutti e mangerete il vostro pane a sazietà…”.
Delle piante che P. Calenzio coltivava 100 anni orsono nel piccolo giardino adiacente alla Chiesetta, è rimasto solo un ceppo di ligustro che rispunta tenacemente tra le connessure delle pietre di base della colonna con la Croce. Uomini e piante scompaiono, ma non scompare la terra e la buona terra dell’agro romano sa offrire ancora il suo bel colore bruno rossastro, specialmente quando risplende al sole dopo la pioggia.
Non è male conoscere la storia di questa nostra terra.
La GARBATELLA sta salendo di un millimetro all’anno per effetto di un moto verticale iniziato un milione di anni fa, che l’ha fatta emergere dal mare portando con se gli strati sedimentari che, in un lunghissimo tempo precedente si erano depositati sui fondali.
Gli strati più superficiali di questo deposito erano formati da sabbia, argille e breccolino. Chi volesse andare a vederli può recarsi in una qualsiasi cava di Ponte Galeria, dove è facile trovare numerosi fossili.
Il movimento di sollevamento produsse negli strati sottostanti più compatti (si possono vedere sulle colline di S. Severa e S. Marinella) delle fratture nelle quali si intrufolò la lava compressa nel profondo. Mezzo milione di anni fa (gli uomini già popolavano il Lazio), con spaventosi terremoti, la lava irruppe e, trovando sopra di se il peso degli strati più superficiali proiettò queste sabbie, argille, breccolini, a notevoli altezze, dove si mescolavano alla lava stessa polverizzata dall’esplosione.
Nel depositarsi, queste nuvi roventi, formarono i banchi di TUFO (dove prevalsero le polveri di origine sedimentaria marina) o di POZZOLANA (dove prevalsero le ceneri laviche). Qua e là nella campagna romana si consolidarono pure delle colate laviche usate poi come cave di pietre (il basalto delle vie romane o i sampietrini della pavimentazione urbana). Ve ne è una assai interessante sull’Appia Antica poco oltre la tomba di Cecilia Metella.
Lentamente il sole, il gelo, le radici delle piante, da queste rocce di origine vulcanica e marina, formarono la terra rossastra del nostro quartiere. Terra fertile, ricca di sali, appunto per la sua origine vulcanica.
Non per nulla questi sali, disciolti dalla pioggia ed evaporati dal sole formarono il cappellaccio.
Ma pure i carciofi, che parecchi anziani ricordano di aver visto crescere sull’area dove ora sorge la chiesa erano assai saporiti. Ora l’asfalto ricopre quasi ovunque il suolo e la cosa ha degli innegabili vantaggi ma certo toglie variabilità termica al terreno e non lascia godere i bei colori caldi del terreno in questo mantello vulcanico formato da tufi e pozzolane, eruttate dai vulcani laziali, che caratterizza lo strato geologico più superficiale.
Proprio a fianco della chiesoletta affiora, particolarmente visibile dopo gli acquazzoni, il “cappellaccio”. E’ l’ultimo residuo visibile e ha una storia da raccontare ed è una storia interessante.