Incursioni barbaresche nel territorio di S. Giovanni in Venere

Il feudo di S. Giovanni in Venere, che per oltre due secoli, appartenne alla Congregazione dell’Oratorio di Roma, aveva uno sviluppo costiero di poco meno di 10 Km sul mare Adriatico. Era costa completamente indifesa e senza approdi, ma essendo costa pianeggiante, ugualmente facile per lo sbarco. Non meraviglia quindi che i pirati Barbareschi vi facessero incursioni, fra il secolo XVII e il XVIII come in tante altre zone lungo quel mare.
Di tali incursioni soprattutto due hanno lasciato eco nelle cronache locali e un riflesso nei decreti e nei documenti archivistici della Congregazione di Roma.
Un altro riflesso era la permanente necessità, da parte dei Padri, preposti all’amministrazione, di mantenere in efficienza alcuni punti forti e una piccola guarnigione. Infatti, a un chilometro dalla Badia, a Fossaceca (oggi Fossacesia) e a due chilometri, a Rocca S. Giovanni, come, in altra zona, alla Caprara, vi erano dei piccoli presidi con un Capitano. Nei libri dei decreti, di tempo in tempo, si ha notizia della nomina del “governatore di Fossaceca”, del “capitano della Rocca” o del “captano della Caprara”, presi quasi sempre da elementi del luogo.
La Badia, che pure si erge isolata, ancor oggi, è ben visibile dal mare, ed a poca distanza dalla costa, non fu mai saccheggiata, seppure dovesse avere qualche oggetto di valore, dato che la sua origine risale molto addietro nei nei secoli, fino all’XI secolo. Era protetta da spesse mura e l’allarme poteva esser dato, almeno di giorno, per tempo, data l’ottima visibilità di larghissimo tratto della costa, che è quasi in vista, dalle vicinanze di S. Vito chetino fino alla foce del Sangro.
Il primo documento, che ci offre l’Archivio della Vallicella, è una lettera (cod. B. IV 4 p. 55) dell’amministratore, don Colangelo Colangeli, che scrive ai Padri in Roma. Il documento è il seguente:
“Molti illustri e molti reverendi Padri e padroni miei sempre osservandissimi.
“Ritrovandomi qui, in Fossacieca, per l’absentia del Sig.r Arciprete mardì 15 dell’istante, comparse una fusta o galea dè Turchi, alla spiaggia della Rocca.

Poi detta fusta se ne venne, riva riva, et entrò nel paese di Fossacieca e proprio di sotto a S. Giovanni, cioè in mezzo di detta spiaggia, tra S. Giovanni et il fiume Sangro, e colàmontorno, e fecero tre truppe, cioè tre compagnie, e pigliò tutte quelle piane, chi di là e chi di qua, una compagnia verso Fonti Berti, l’altra verso Cerrero, et un’altra verso l’Oliveto, e si dice furono da 50 in 60 Turchi, et, ogni parte, fecero preda, e questo caso fu dopo levato il sole, venne la nova, che i Turchi andavano per la campagna subito fu sonata la campana ad arme, et in un tratto vennero e ritirorno alla terra a pigliar l’arme, et andorno alla Marina, ma perchè essi Turchi avevano fatto buona caccia, subito si ritirorno alla barca Ma chi puole esprimere i lamenti, grida, lo spattere le mani, e le donne tutte capillate e si tiravano i capelli, e tutti, ad una voce, chi piageva i loro padri, chi i figli, chi i fratelli, la terra tutta sotto sopra, le RR.VV. Potranno considerare che confusione fu in quel giorno. Venne il Governatore di Lanciano, il sig. Allesandro Valignani con doicente e più persone per soccorrere et aiutare e defendere questi luoghi, ma la fusta de Turchi stava in mare, si che non si potè far altro.
Le persone che furono pigliate in Fossacieca sono l’infrascritti.
Donne:
Olimpia Bucca d’anni 35 circa
Dionora sua figlia de anni 14
Felice Oglietta de anni 12
Petra figlia di Cat.a di Giergo d’an. 14
Donata figlia di Angela Morgane d’an. 14
Figlioli:
Ascanio figlio de Olimpia d’anni 11
Domenica figlio di Cat.a di Gierga d’anni 13
Francesco figlio di Biasio Paolucci d’anni 13
Horatio figlio di Titto Buccella d’anni 15
Pietro Paolo figlio di Oratio Bucciarello d’anni 15
Domenico figlio del quondam Giuseppe Nicolucci d’anni 13
Francesco del quondam Gio. Domenico di Frisca d’anni 14
Domenico figlio del quondam Belardino di Rosso d’anni 14
Ignatio figlio di Iacomo Antonello d’anni 16
Nardo del quondam Gio. Domenico di Frisco d’anni 20
Andrea figlio di Nobile Rotondo erario d’anni 30
Carlo Nucci giovane d’anni 40
Nicola Bacco giovane d’anni 23
Si trovano nel codice B. IV.5 ben tre documenti: anzitutto una lettera di Olimpia di Bernardino Bucco da Fossacieca, che scrive , il 3 settembre 1669, e si dichiara “povera schiava”. In questa lettera essa dice:

“Sono quattro anni che mi ritrovo schiava in Dolcigno ove posso ben dire che sperimento un inferno on questo mondo (il che vuol dire che era stata catturata nel 1665 – infatti il suo nome figura in testa nell’elenco del primo documento da noi pubblicato) e – prosegue – sono tormentata da questi cani in tutte le maniere, e pure non trovo chi abbia delle mie miserie pietà e comprensione.”
La tragica odissea continua. Nel codice B.V.I. p. 708 si trova una lettera di Croce di Croce, funzionario della Congregazione, che in data 4 maggio 1685, scrive da Rocca S. Giovanni che proprio la sera, in cui egli rientrava in paese

a mezz’ora di notte… hanno entrato i Turchi in questa terra, et, oltre il sacco dato a più case, han preso venti persone, fra donne e figlioli, et hanno ucciso due huomini…>>.
Se pur si rileva che maggior danno potevano fare, tuttavia esso è ugualmente grave e il Croce di Croce comunica che “adesso penso a far qualche fortificazione alla porta dove entrarono, et risarcire alcune muraglie, però quest’università si trova tanto spiantata, che non so che farvi” e quindi ricorrere ai Padri per aiuti descrivendo che gli abitanti “stanno quasi morti” e bisogna far qualcosa “acciò non si disarmino” e inoltre egli deve star sempre “di continuo dentro le terre”, perchè altrimenti se ne allontanasse “la terra si dishabiterìa” e quindi conclude: “lascio considerare alla loro prudenza in che acque mi trovo”.
Il primo giugno (loc. cit. p. 714) troviamo un’altra lettera, in cui insistendo sull’abbattimento della gente aggiunge che son giunte lettere dei prigionieri in cui si dice che se i Turchi “non havranno per tutto il mese di agosto, il riscatto, li vennono dentro terra”. Perciò supplica di interessare i Padri Trinitari per il riscatto dei meno abbienti, chè “molti s’aiuteranno col proprio… però io vorrei levare prima i fanciulli, acciò non si perdessero”. E qui seguono ampi ringraziamenti per l’elemosina ricevuta di 40 ducati “quali procurerò si spendino con ogni sparammio, e fo conto, che con le loro fatighe ascendino a scudi 100, con questi si farà il gionto alla porta vicino Lanciano, e spero nell’entrante settimana d’alzarlo e rimurare, e chiudere affatto l’altra porta, alzare le muraglie, dove son basse, e fare le guardiole ed barbacani, per potervi stare le genti dentro, e così spero si renderà sicura la terra, la quale veramente è perita per trascuraggini dell’abitanti, et per loro testardaggine”.