I pirati Saraceni

Sin dai tempi di Roma le scorrerie dei pirati provenienti dalla costa settentrionale africana erano un problema, particolarmente per la navigazione commerciale, allora assai frequente ma la cosa si accentuò nel Medioevo e durò fino all’epoca Napoleonica.

Un esempio: alla fine del ‘700 un’ incursione all’isola di S. Pietro, a sud della Sardegna, permise ai pirati di catturare quasi un migliaio di schiavi lasciandola quasi spopolata. Ad opera del re di Sardegna vi si trasferirono famiglie liguri.

Danno l’idea dell’entità del fatto queste notizie tratte dall’archivio dei Padri Filippini di Roma.

Naturalmente la difesa civile si agguerrì come si constata da quanto descritto.

Si rinforzarono alcuni punti di difesa nei quali la gente si potesse rifugiare. In Toscana lungo la Maremma Grossetana, vi era lo “stradone dei lancieri”, in realtà una aprte tenuta sgombera dalla vegetazione sulla quale potevano velocemente accorrere degli squadroni di soldati.

Accanto alla difesa civile fu presente la Chiesa. Un ordine religioso i “trinitari”, si dedicarono alla “redenzione degli schiavi”. Per quei religiosi vi era anche un particolare impegno di essere pronti ad offrirsi in cambio di uno schiavo.

Essi organizzarono in “Barbera” alcuni punti di scambio in cui prendevano contatto con i pirati per controbbattere il prezzo del riscatto e farsi restituire il prigioniero. Ma non era sempre così. Spesso le giovani schiave dei pirati venivano portate verso l’interno e vendute come merce preziosa: era una rottura totale con la loro famiglia ed il loro paese.

La Chiesa indisse alcune domeniche nelle quali si raccoglievano i soldi in ogni Parrocchia per far fronte alle richieste dei pirati.

Un riflesso di tale situazione fu la presenza della terra di assestamento sul litorale (ad es. Tor S, Lorenzo, Tor Vaianica) dalle quali col fuoco di giorno e col fuoco di notte, veniva trasmesso l’allarme fino all’interno del regno.