Vita da sherpas

Si trattava nel ’72 di organizzare il primo campeggio all’isola d’Elba.
I ragazzi partivano ciascuno con il pesante zaino militare ed era impossibile chiedere di più. Ma vi erano i pesanti sacchi delle tende da trasportare magari in treno, in nave, in corriera, e poi, a piedi. Venne istituito il corpo degli “Sherpas”.
Il nome era preso dalla tribù tibetana che, vivendo nei suoi villaggi alla quota di 5.000m., fornisce i portatori alle spedizione himalaiane.
Ottavio F., Mario ed Antonio F. e Danilo G. furono i primi Sherpas.

Il discorso che fece loro P. Guido prima di partire aveva qualche affinità con quello di Napoleone ai suoi prima di scender dalle Alpi: una promessa di servizio duro, dormir per terra, mangiare secondo le possibilità (magre) della cassa.
L’organizzazione avrebbe pagato loro le spese di viaggio e nulla più, se riuscivano a vivere alle spalle del gruppo in cambio del servizio, era un trattamento alla pari.
I quattro compari accettarono e la cosa si avviò. Eseguito con dedizione il compito, decisero che, per sopravvivere, avrebbero istituito la “dogana” (il 15% sul pranzo dei loro assistiti) e si sarebbero dati da fare per spillare qualche soldo ai più “polli” (la finalità era educativa nei loro intenti: abituare a non lasciarsi buggerare).
All’insaputa del Sacerdote, portarono un binocolo e nel viaggio, convinsero un certo numero di soggetti a pagare £100 cadauno, per vedere un campo di nudisti dove vi erano parecchie belle ragazze.
Naturalmente quando le vittime scopersero che la faccenda non sussisteva, non poterono reclamare con P. Guido, data la sua scarsa disponibilità ad accettare la loro partecipazione al fatto. La terza sera, quando i soldi furono esauriti e vi era fame nel campo, i quattro stesero un plaid nel centro del cerchio di tende e, alla luce di una candela accesa su di una bottiglia, consumarono, prima di mettersi a giocare a carte, una piacevole cena sotto gli occhi dei ragazzi, che guardavano in silenzio.
Arrivarono persino ad offrire un sorso di vino al Sacerdote che, per solidarietà con le vittime, rifiutò. Fu un inizio. Da allora in poi tutte le spedizioni in Italia sono accompagnate da rappresentanti del corpo, che le arricchiscono con inesauribili trovate. A poco a poco è stata raggiunta un’abilità tale che non temono di promettere la buggeratura prima della partenza e poi mietere ugualmente il raccolto, particolarmente da quando nella categoria sono pure entrate a far parte le ragazze (sottili collaboratrici negli scherzi perché meno sospettabili di malvagità).
Falsi manifesti, falsi carabinieri, presunte feste notturne, ricerca di immaginari tesori, medicine (carissime) contro gli scorpioni, multe per uso indebito di spiagge libere, sovrattasse per transito in sentieri, offerta ad un Vescovo, sciopero dei traghetti, rivendita di (falsa) acqua minerale etc. etc.
Certo, a lungo andare, i calli del mestiere si fan sentire. Come quando Carmine T., mandato a cercar lavoro in una colonia della “POA” chiedeva alla signorina, meravigliata, quante volte si mangiava al giorno e dove si dormiva, rimanendo perplesso nel sentire che il sonno avveniva in un letto con le lenzuola. Partire militare, a differenza di tanti altri, non è un problema: Vincenzo L., una vecchia volpe del mestiere, commentava: “ma ce pensa Padre? E’ la prima volta che parto sapendo che dormo in una stanza e con tre pasti assicurati”… ma più dell’incredulità era avvertibile un senso di delusione.
Gli sherpas son parte delle spedizioni, figure favolose nella mente dei piccoli “vengono i sherpas? E che fanno?” “Ach! Bisogna sta’attenti a non fasse buggerà”. Nei più grandicelli l’idea di arrivare a far parte del corpo, diventando a poco a poco più accessibile, provoca la categoria degli allievi sherpas (solo doveri nessun diritto), che può richiedere anche un paio d’anni di tirocinio. Ma il mitico berretto verde, con le stellette d’anzianità, è una meta che, raggiunta, ripaga ampiamente.
Ne è venuto fuori a poco a poco, un identikit atipico rispetto allo standard giovanile del quartiere: sempre pronti all’avventura, quando si tratta di programmare una nuova gita vengono mandati in avanscoperta per trovare il posto dove far dormire il gruppo, i luoghi adatti dove comprare il cibo, patteggiare il prezzo con le trattorie e i bar per le colazioni.
Naturalmente in queste scorribande, si finisce sempre per dormire in qualche angolo, ma la cosa non preoccupa, tanto vi è l’abitudine, perché lo stile della spedizione non prevede vitto e alloggio per la categoria. Prima di ripartire, vi è da contrattare per la “sopravvivenza”, termine tecnico per indicare il denaro necessario che “er Prete” deve dar loro. Partono sempre alto, elencando tutte vere o presunte necessità, ma poi, con un sospiro (che è solo una scena perché in fondo sono contenti così) ed un “E vvabbè”, intascano l’offerta giudicata sufficiente dall’alto. “Se rifaremo!” (sottinteso sul gruppo). In genere nel loro reportage, al ritorno il commento è “tutto bene”. Han mangiato? Sì. Han dormito? Sì: non ci sono altri problemi. Anche lo zaino che portano con se è alleggerito rispetto allo standard; non mancano mai il coltellino, borraccia e plaid di lana: il necessario. Il loro atteggiamento, durante le spedizioni, è di gente annoiata dall’ovvietà delle situazioni presentate dai piccoli: gente di mondo che si meraviglia delle difficoltà.
Abbastanza pronti a scaricare i compiti sugli allievi (col miraggio del punteggio in vista della carriera).
Però, quando è il momento della necessità sono pronti, efficienti, capaci di sacrificarsi, danno sicurezza perché la vita dello sherpa offre il necessario e l’avventura quotidiana. La preghiera che chiude la giornata, ha quindi la premessa di umiltà e riconoscenza che devono appartenere.
Ne deriva tanta gioia, come insegna San Francesco.