Ragazzette

Per lunghi anni l’Oratorio era riservato ai “maschi”: non era facile per una ragazzetta entrare: “Tu cosa fai qui?” Era il minimo che si potesse sentir dire.

 

La linea di P. Melani era ferrea. P. Guido non ci credeva, sentiva che non era giusto d’estate, veder le sorelline, pallide, venire a prendere in piazza all’arrivo del pullman, i fratellini abbronzati. Poi un giorno: “Non puoi giocare qui! Le bambine non devono entrare”; la bambina che si era imbucata e stava godendosi le delizie del passo volante, reagì con un “E che? Le ragazzine nun devono giocà?” che risolse una volta per tutte il problema. “Gioca pure e torna quando vuoi”.

Naturalmente fu dura con P. Melani che non voleva arrendersi, era anche l’epoca della minigonna e la cosa gli forniva un supporto … di teologia morale, ma alla fine la cosa si appianò.

E l’apporto femminile ingentilì la vita dell’Oratorio e lo ha arricchito; come del resto la colonia, con la loro presenza ha guadagnato notevolmente. Purchè si sappia contrastare al brutto gioco del falso rapporto di coppia cercato ed esibito fuori tempo.

E questo brutto gioco ha dato un nome ad un albero della Chiesoletta: l’albero delle bugie Non è facile la vita degli alberi nella Chiesoletta, almeno per quelli nel cortile. Nel piccolo giardino esterno le piante bibliche (la palma, il cipresso, l’ulivo, il melograno, l’oleandro) hanno una vita più sicura, ma nel cortile le mani dei bambini ne rendono duri i primi anni.

Però con pazienza, aggiungendone tenacemente qualcuno ad ogni stagione, oggi una cinquantina di alberi san dare il loro dono.
Il vento solleva meno polvere ora, l’ombra non manca mai in alcuni angoli e d’estate, la si gode pure sui campi. Gli olmi con la loro precocissima, anche se discreta fioritura già a fine Gennaio, portano il primo annuncio di primavera; in Aprile il profumo delle acacie e a Giugno quello degli eucalipti, danno una nota insolita e gradita.

Le capinere, i passeri, i merli, i fringuelli di passaggio, le civette (la notte) sono di casa, persino un paio di cornacchie tentò di farvi il nido qualche anno orsono.
Ma una pianta ha il suo nome: è il grosso eucalipto accanto al gioco del sasso che, essendo riuscito a raggiungere la fognatura con le radici, è cresciuto più degli altri. Ogni estate la pianta, col suo prepotente accrescimento, cambia la corteccia e, quando i grossi cartocci bruni cadono, appare, bianca ed invitante, quella nuova. Non è facile all’Oratorio scrivere sui muri.

Un po’ per la sorveglianza, un po’ per l’esperienza di P. Melani, che consigliò P. Guido di rendere sempre scabre le superfici, l’espressione muraria non ha molte possibilità di manifestarsi. Rara la bestemmia o la scritta sportiva. Ma sulla corteccia è facile e la natura della superficie seleziona, in campo sentimentale, le scritte ed i simboli. Il più comune è un cuore con due iniziali, purtroppo spesso altre sono oscene.

La dichiarazione per esteso, sovente comporta degli errori di ortografia, ma il tema è quasi sempre esclusivo. L’incisione non resta oltre un anno poiché, inesorabilmente, la corteccia cade in agosto. Ma altre ne prendono regolarmente il posto e le bugie si susseguono altrettanto regolarmente. Perché quelle scritte sono autentiche bugie. Brutte bugie perché tentano di barare come atto d’amore quel che è solo un penoso esibizionismo. Lo descrivono bene questi biglietti trovati ai piedi dell’albero:

… senti E. so che ti piace sia L. che G., ma vorrei ugualmente rimettermi con te. Nel caso dicessi di no (come credo) vorrei almeno sapere se tu mi hai preso in giro quando ci siamo messi insieme. Se invece mi dici di sì alla festa …” “… S., mi devi credere, non è colpa tua se ci siamo lasciati, ma di B. mi ha detto che l’avevi toccata, questo me lo ha detto quando ancora ti dovevo lasciare

Certo fanno sorridere i bambini o le bambine che a 9 anni, in un compito di religione, scrivono così:

… voglio raccontare un episodio della mia vita di scuola che mi è rimasto impresso nella mia mente. Ero fidanzata con un mio compagno, ma poi lui mi ha lasciato, così alcuni compagni mi hanno aiutato a superare questo momento di dolore ed io ho capito che i miei compagni mi vogliono bene veramente e sono dei bambini comprensivi …

Ma il Sacerdote non sa indulgere, quando vede a 12/13 anni sciupare la delicata scoperta del dono di Dio che l’età sta facendo intuire, per buttarsi pesantemente in un rapporto (gli appuntamenti, le telefonate, il farsi attendere fuori dalla scuola, l’atteggiarsi) che parte da un esibizionismo (il volerlo sbandierare con una scritta è tipico!) che ignora il senso vero del sentimento e vuole, senza sacrificio, godere di qualcosa che esige una paziente, delicata costruzione ed un età diversa.

Descrive bene la realtà questo giudizio della signora Gail’anziana maestra del doposcuola:  28/9/’76

… ho ben poco da dire su ciò che riguarda G., perché Lei la conosce meglio di me. La ragazza ha la testa imbottita di tutte quelle idee che purtroppo prevalgono nella odierna gioventù (dico purtroppo, perché non mi ci abituerò mai) e quindi si lascia trasportare da quella specie di fanatismo che consiste nel voler essere adulti innanzi tempo: adulti con il cervello da bambini. Questo, per ora, è il mio parere. Per la materia che mi riguarda, G. è una frana perché non conosce l’aritmetica, quindi ho dovuto cominciare dalle divisioni. Sembra che voglia imparare tutto, subito, ci si applica, ma poi si dimentica tutto, perché la sua mente è presa da cose più grandi di lei. E’ buona, rispettosa perché ha capito come la penso. Ha promesso di stare più attenta poiché teme che io l’abbandoni. Manterrà i suoi propositi? Chissà! …

Se il monelluccio difende ancora la sua presenza, nel rifiuto ad inserirsi nello schema pesantemente imposto, non è facile individuare gli aspetti positivi nella sua controfigura femminile. Quindici anni fa era diverso. “L’ Apartheid” nella scuola, di cui erano espressione i due ingressi, rigorosamente separati, alla “Cesare Battisti” o il grembiule nero che caratterizzava le allieve delle scuole medie (e pure del Borromini nei primi anni!), dava un supporto alle ragazzette che lo rompevano, nei cortili o nelle piazze.

Rinserrate a difesa in gruppo (come atteggiamento esteriore, si capisce) portavano una loro originalità:

–  non potevano dire, almeno ad alta voce, le parolacce.

– la scarsezza di interessi attivi: no al calcio, no alla danza, no al nuoto, no al basket, no alla pallavolo, le rendeva più aperte ad altri interessi e ne usciva, nel gruppo misto, una presenza dirigenziale femminile.

Tipico il C.I.O. (Centro Investigativo Oratorio) sorto per sgominare la piccola delinquenza dedita ai furti di palloni, biciclette ed affini. Era un bel campo operativo e vi portavano intuito, protette pure dal fatto che “alle femmine non si può menare”. –    il canto. Cantavano sempre. In piazza sulle panchine, le “cicale” di Via F. Tolli, 2 tenevano il banco. In pullman, al mare, nelle gite, il soprannome era ampiamente meritato. Si spostava pure nel canto l’antagonismo Tormarancio/Garbatella. Le Tormarancine erano più compatte, aggressive. Le Garbatellesi più ampie nel repertorio (si sentiva l’effetto delle Suore Discepole).  Un mondo scomparso.

Il canto ha lasciato il posto agli auricolari. In luogo delle panchine prevale il crocchio delle motorette. Il linguaggio, e sovente pure il rapporto fisico, è senza ritegno. Un trucco pesante che appoggia il suo richiamo su di uno schema falso. La dura lotta di sopravvivenza nella giungla d’asfalto ha lasciato pesantemente i suoi segni.

Non è facile vedere in loro la grazia e la chiarezza che compete all’età. Eppure se si osserva, con la volontà di scoprire il bene, non è impossibile intravedere pure in queste ragazzette, che sostano in piazza con il loro dono, che sanno offrire. Ma bisogna cercarlo quando sono sole o quasi, senza palcoscenico (che le obbliga a recitare).

Il rimprovero, posto in forma interrogativa, che gli anni passati gioiosamente assieme permettono al Sacerdote, non provoca l’atteggiamento sfrontato frequente nei maschi.

Il chiedere un servizio a favore di qualche piccolo da accompagnare a casa, o di qualche bambina, finita nella pozzanghera sotto l’altalena (capita spesso dopo la pioggia!), da cambiare, richiama una istintiva manifestazione di femminilità, e in quei momenti la breve battuta di risposta al “grazie” del Sacerdote è sicura e serena. Del resto pure nel Vangelo alcune donne, con la loro umiltà e capacità di amare, han saputo dare la risposta migliore. E, almeno in certi momenti, queste ragazzette in piazza sanno affrontare il rapporto con Dio meglio di altre figure allineate su di uno standard di perbenismo incapace di dedizione.

Perché, a tener gli occhi aperti, gli esempi ispirati dal Vangelo spuntano ovunque.