Ragazzacci di tormarancio

Son cose del passato, ma nella storia della Chiesoletta, per tanti anni, la presenza dei ragazzi di Tormarancio era un problema concreto. Vi arrivavano a frotte, particolarmente d’estate e la domenica pomeriggio, e vi arrivavano col marchio di fabbrica. Il nome “shangaini” si legava all’origine del quartiere, che l’aveva caratterizzato in modo diverso dalla Garbatella o dei Navigatori. Il rifiuto del resto dell’ambiente era reciproco: una volta individuato, il gruppo era considerato un intruso. In una continua situazione di rivalità, che il gioco continuamente rinfocolava, ci si conosceva abbastanza e per un ragazzetto della Garbatella andare a Tormarancio comportava il rischio reale di essere riconosciuto come tale ed esser, quanto meno, preso a sassate. Per un piccolo tormarancino era difficile, anche nell’ambiente dell’Oratorio, inserirsi con gli altri. Il motivo era abbastanza chiaro al Sacerdote che, quotidianamente, combatteva ed osservava.
Era il “chiamo i miei amici”. L’offesa fatta ad uno diveniva, come nei pastori sardi, un affare di clan e, nel punire il colpevole “di aver menato ad un nostro amico”, si faceva il mucchio. Era questo l’aspetto più brutto. La vigliaccheria di assalire, in parecchi, uno o due. La domenica pomeriggio, dalla due alle tre, nell’attesa che si aprisse il cinema, la piazza dalla Chiesa era pura giungla. Nessun adulto, nessuna guardia che potesse intervenire e le “bande” spadroneggiavano, incutendo un timore che teneva lontano dalla saracinesca i piccoli gruppi familiari. Qualche volta le scene erano selvagge: un giorno un gruppetto, noto per le sue prepotenze, prese di mira una ragazzetta di 12/13 anni che, col fratellino, attendeva quietamente di entrare.
Carina, vestita con una certa distinzione, l’avevano notata. L’inizio fu a base di… complimenti adatti alla mentalità di chi li profferiva. Subito attorno il cerchio di spettatori. Il fratello taceva perché aveva paura. Poi, l’idea di agitare ben bene una bottiglia di Coca-Cola e spruzzarne gli schizzi sul vestito. Lei si mise a piangere e si nascose dietro il fratello che fu investito da nuovi schizzi, tra la sghignazzata della banda e il silenzio degli spettatori. La cosa finì bruscamente perché un’amichetta era corsa ad avvertire P. Guido.
L’intervento inaspettato fece volare la bottiglia ed alcune sberle fecero il resto. Poi P. Guido la domenica dovette decidere, prima di aprire l’Oratorio, di fermarsi fuori del cancelletto per controllare la situazione ed i suoi interventi dovevano essere frequenti. Aveva con se due armi potenti: “Tu non entrerai al cinema” “Tu non entrerai all’Oratorio”. Quando ci si rese conto che con quel testone di un prete era proprio così, la tensione cominciò ad allentarsi, solo alcuni capo-banda (che dovevano difendere il loro prestigio) non mollavano e periodicamente, restavano fuori.

Dopo qualche anno, catalogati nelle squadrette di calcio, si offrì un’altra arma al prete. Andare la sera a parlar dai loro genitori. La cosa, promessa, teneva sul chi vive. L’avvistamento del personaggio veniva segnalato con un “arriva!”. Si formava il codazzo a distanza, che cercava di individuare le intenzioni. Un “va a casa tua” era il commento finale, carico di simpatia per l’infortunato.
Il “prete” ricorda, tra le cose belle della sua esperienza, quegli incontri con i genitori. Tranne pochissime eccezioni, prendevano automaticamente la sua parte (cosa più difficile negli altri ambienti!) intuivano che il prete non era un nemico, chiedendo la collaborazione sui loro figli. Diversa era la situazione con i garbatellesi dei “lotti” 28-29-30. Lotti “forti” per il numero e lo spirito di corpo, che sapevano controbattere. Una volta quelli del lotto 29, in rappresaglia per il fatto che “uno di loro era stato menato”, decisero un raid.
Piombarono a fiondate in mezzo ad un gruppo che giocava nei cortili di Via Marco e Marcelliano. Gli assaliti fuggirono dapprima, poi chiamarono i rinforzi. L’inseguimento vide il momento più difficile quando il lotto 29 si trovò sulla Colombo, col semaforo rosso, una guardia di fronte e i nemici alle calcagna. Preferirono affrontare traffico e guardia. Dopo qualche altro episodio del genere, si instaurò un equilibrio visibilissimo. Una parte della piazza era la “riserva” di ciascun gruppo, che si fronteggiava a distanza. Un po’ come l’America e la Russia. Si instaurò, faticosamente, un certo rapporto di giustizia tra quello che il “prete” chiedeva e quello che loro intuivano di dover dare. Era un equilibrio perennemente precario, continuamente interrotto da episodi che facevano far marcia indietro.
Loro sentivano che la Chiesoletta offriva della gioia serena, per il Sacerdote era qualcosa di profondamente bello. Prima di venire alla Chiesoletta, P. Guido aveva lavorato per sei anni nei bassifondi della vecchia Roma e conosceva bene la categoria. Intanto il rapporto all’interno del gruppo era veramente “uno per tutti e tutti per uno”. Se uno veniva castigato, solo loro erano capaci di interrompere il gioco per solidarizzare con lui, se vi era un premio (il gelato delle partite domenicali era fraternamente diviso). Un rapporto di amicizia che ben difficilmente era possibile trovare nell’ambiente degli studenti. Poi erano generosi. A quei tempi il Sacerdote doveva fare tutto: dirigere, spazzare, portare via l’immondizia, riparare. Lo faceva su di una sua scelta, ma sentiva il falso di un cortile pieno di studenti che si guardavano bene dall’offrirsi di aiutarlo. Ma loro no.
Spesso non era neppure necessario chiederlo e, del resto, erano gli unici a cui lo chiedeva, sapendo della loro pronta risposta. Portarli al mare era duro per la difficoltà della convivenza col gruppo più numeroso, da cui si isolavano.
Ma era bello, nei giorni di mare mosso, andar con loro a cercar sulla spiaggia la legna per costruire la torre, o per recingere il villaggetto di tende o per il fuoco notturno. Erano immedesimati nella cosa, occhio pronto a valutare, coordinati nella fatica. Solo i bambini (e non è poco) erano capaci di fare altrettanto. Lentamente, rapporti di lavoro, trasferimenti di abitazioni ed alcuni fidanzamenti, mescolarono Tormarancio con certi lotti della Garbatella e la distanza si attenuò notevolmente. Salvo a rispuntar fuori quando, in una partita di cartello, Tormarancio perde. Perché allora non c’è niente da fare: “ce l’hanno con noi”. Ma vi era un’altra scoperta che i “ragazzacci di Tormarancio” tenevano, inconsapevolmente, nascosta dentro di loro. Un’avvisaglia il Sacerdote l’aveva avuta una decina d’anni orsono, quando volle confrontare “l’identikit” della ragazza ideale descritto da allievi della scuola superiore, con quello costruito sulle indicazioni di un gruppo di ragazzi di Tormarancio e della bassa Garbatella.
Ne venne fuori un quadro incredibilmente delicato: “non deve fumare, non deve atteggiarsi, deve essere sincera e fidata, paziente con i bambini, buona con i genitori”; un quadro ben più valido rispetto all’altra immagine, troppo dispersiva e stereotipata. Adesso all’Oratorio vengono i figli dei primi “ragazzacci” ed è bello constatare che, a parte una minoranza finita male nel vizio, appartengono a famiglie dove spesso la donna sta a casa, dove sovente ci sono tre bambini, dove certi rifiuti a quello che più conta non vengono neppure presi in considerazione.