Oratorio

Il tempo, offrendo esperienza, perfeziona la routine.
Nei primi tempi il suono della campanella provocava una fuga generale: era mal ubicata, a metà del portico, dove era stata collocata in tempo di guerra per segnare l’ora per la nascente scuola.
Si scappava dalla sala, si scappava dal cancello in fondo e la fuga iniziava quando si vedeva il Sacerdote all’incirca alla stessa ora, avviarsi verso la catenella: “… damose, va a sonà! …”.
Ma alcuni rimedi elementari: chiudere il cancello prima e spostare la campanella verso l’ingresso, hanno avuto la meglio.

Una certa rassegnazione iniziale, poi ci si è resi conto che la transazione proposta è ragionevole: 5 ore di gioco e pochi minuti di preghiera.
“Nun scappà: dopo quello nun te fa rientrà!”… “Ma quanto ce se sta?”… “Ma che te frega: ce se sta qualche minuto”…
Questi brevi scambi di vedute caratterizzano ormai solo qualche nuovo elemento.
L’appuntamento è davanti l’immagine sacra sotto il portico. La prima ad arrivarci era Vega, il cane dell’Oratorio, che, con il suo istinto, aveva afferrato la relazione tra il suono e l’adunata (spesso anzi veniva citata ad esempio!) poi, con l’aiuto di qualche urlaccio si formava il semicerchio: i piccoli davanti e gli altri dietro.
Ha una sua bellezza la preghiera all’aperto specialmente nelle stagioni intermedie, quando coincide col primo imbrunire, o nelle sere quiete e stellate d’inverno.
Il “Padre nostro che sei nei cieli …” assume tutta la sua evidenza. L’inizio è sovente più o meno caotico: sono talmente abituati a sopraffarsi, che debbon spingere o litigare non solo per la precedenza, ma anche per il libretto dei canti.
E’ vero che la precedenza mira “a li mejo posti” (ovviamente quelli in fondo, in modo che si può scappare per primi a riprendere il posto ai giochi). Un momento di silenzio.
Adesso parla il Sacerdote.
Essendovi la certezza che si tratta di pochissimi minuti lo si ascolta, anche perché la sua riflessione parte sempre da qualche episodio concreto ed il passare tante ore in mezzo a loro, ne offre sempre spunti. Il fine delle parole è sempre di abituare a contemplare il loro mondo con gli occhi della sapienza biblica.
E la loro vita diventa interessante vista a tale luce, anche se le considerazioni partono da un piano diverso da quello in cui sono immersi abitualmente. Adesso è il momento della preghiera corale o del canto.
Il Sacerdote già all’inizio ha adocchiato un gruppo di ragazzette ed ha fatto la proposta: “Scegliete voi? …” Se il gruppetto è ben assortito (una volta su tre, in genere!), la cosa funziona.
E’ un bel momento quello del canto: le parole bibliche, i volti e le voci si compongono in un tutt’uno che appartiene alla realtà ben più di tante cose. Il “rush-out” dei piccoli è tumultuoso mentre è facile osservare che nei 13-17enni un senso di serenità e di avvicinamento, che non sfugge all’occhio di chi guarda.
Perché la preghiera appartiene alla vita, come l’acqua, il cibo o il sonno.

Son sempre stati pomeriggi diversi dagli altri. Una volta era il giorno più pieno. Troppo pieno.

Difficile destreggiarsi per offrire a tutti un’occupazione ed impedire le prepotenze degli occasionali ospiti.
Non era un pomeriggio sereno all’Oratorio.
Poi l’estendersi del turismo festivo, lentamente ha cambiato il volto ai pomeriggi domenicali.
Qualche anno fa, la frequenza si era ridotta al punto da far dubitare se fosse il caso di tenere aperto, poi la situazione si è riequilibrata su un centinaio di presenze.
Ma una presenza diversa, connessa al giorno del Signore.
Alle tre in punto, quando il cancelletto apre, i primi ad entrare, come al solito, sono i bambini. Si precipitano dentro, per abitudine, poi si rendono conto che non vi è “un gioco da occupare”.
Si guardano intorno e si formano i gruppetti che si impegnano in una cosa o nell’altra, ma è uno stare assieme meno aggressivo, più amichevole.
Più tardi li occuperà la partita del gelato o della pizza (a seconda delle stagioni), col precedente “mercato” dei giocatori e con i conseguenti rigori, assai combattuti poiché lasciano l’incertezza sulla vittoria fino all’ultimo.
L’ingresso degli adolescenti è più sporadico ed inizialmente si orienta verso il ping-pong o la pallavolo, ma anche queste occupazioni risentono dello spirito della domenica: un giocare inconsapevolmente più sereno che negli altri giorni. Resta anche tempo per starsene seduti, assieme, sui gradini delle scalette o sulle panche.

Probabilmente non se ne rendono conto, ma è forse l’unico spazio, nell’arco della settimana, in cui il loro rapporto si avvicina a quel che dovrebbe essere.
Perché il quieto chiacchierare, senza quella benedetta urgenza di altre “cose da fare” che li assilla abitualmente, è qualcosa di antico: assomiglia alle chiacchiere delle lavandaie alla fontana di un paese, di un gruppo di pescatori che sta riassettando le reti, di contadini fuori di casa sulle panche del cortile, la sera, dopo cena.
Il Sacerdote sente che questa presenza domenicale è assai più autentica di tanti altri momenti imposti. E’ questo pure il momento in cui è facile farli sognare parlando del loro avvenire, delle loro scelte, delle avventure proponibili nell’estate. Sono più veri, più contemplativi, aperti alla poesia della vita. Ma forse, i pomeriggi domenicali più belli, sono quelli estivi.
Numero ridotto, maggiore quiete anche nei più piccoli, le zone d’ombra, il canto delle cicale. E in tale pace, la vecchia “Chiesoletta”, col suo cortile semideserto, si popola di immagini, di ricordi che la presenza di qualche giovane genitore col suo bambino, o quella più frequente di nonne con nipotini, ravviva e personalizza. E si sente che quelle vecchie mura, il cortile, la Chiesetta sono capaci di offrire il loro dono.
Punto d’appoggio per tanta gioventù il paziente, fiducioso lavoro portato avanti dai Padri, si immerge nel quadro biblico del Regno di Dio che solo può dare un senso alla vita.
E’ molto bella la preghiera serale della domenica, recitata davanti all’immagine della Madonna, posta durante la guerra, sotto il portico.
Un momento di fede e di pace in cui, tra le voci un po’ cantilenate dei bambini e il mormorio o il silenzio dei più grandi, il divario è quasi solo esteriore.