Monelli

Una volta erano una componente della popolazione ma, come altre categorie (ombrellai, arrotini, sediari, ecc.) stanno gradatamente scomparendo. Non solo perché, a causa della denatalità, si è fortemente contratto il numero dei 9/12enni, ma pure perché essi stanno perdendo di autenticità (come le scritte sui muri: sempre più oscene ed impersonali).

Ecco perché il Sacerdote vede con benevolenza il monelluccio, anche se di guai gliene combina tanti. Chi è oggi il monello? Lui non lo sa ma, in fondo, è un combattente che lotta per non lasciarsi sopraffare da una civiltà che tende a trasformarlo in un robot.
E grazie a Dio, di monelli ve ne sono ancora. In genere hanno un soprannome (Maciste, Testasecca, Boccino, Formica, Regolizia, Sorcio, Tortellino, ecc.) assai appropriato per la tipica, quasi millenaria, attitudine al motteggio.
Sono i fedelissimi dell’Oratorio: primi ad arrivarci ed ultimi a lasciarlo. Anche nelle peggiori serate sono là, sempre indaffarati in qualcosa.
Passati i primi tumultuosi momenti, le cose si avviano e comincia la routine.
Occorre continuamente sorvegliare su tre schemi: prepotenze, danni (a se stessi, agli altri o alle cose) e discorsacci. Le prepotenze vere e proprie sono ora abbastanza marginali: la convinzione che “si paga” è un buon deterrente.

Più difficile è il problema dei danni. E’ incredibile la capacità di produrli. Lasciare un attrezzo in giro, significa vederlo raccolto e usato nel modo più fantasioso per far danni. E’ impossibile prevedere fantasia e capacità: “Io non ne sarei capace! …” Diceva un fabbro davanti ad un incudine di 25 Kg spezzata in due.
Toccare quello che non si deve, andare dove non si deve andare, inventare con qualsiasi oggetto o situazione dei motivi di interesse, è la norma. Imbucarsi nel teatro ed annientare l’impianto elettrico usandolo maldestramente, o distaccare il sipario giocando ai fantasmi o Tarzan o imitando un “giallo”, lasciare aperta la botola del palco così che poi al buio qualcuno (ad esempio Gabriele) vi finisca dentro, son cose di assoluta normalità, come salire sulle terrazze e tirare quel che vi si trova addosso alla compagnia di sotto, anche semplicemente a scopo di tirassegno. Tutte cose che tolgono il tedio della vita.
“Padre, mi han detto di spogliarmi nuda così posso fare l’amore con loro”.
La bambina ha sei anni, i prepotenti 7/8. Normalità. Le parole più schifose, le frasi più perverse, che pochi adulti ripeterebbero ad alta voce, si possono sentire abitualmente, con un po’ di attenzione, al passo volante:
“anvedi quella che lenticchiosa …” “… me pare na vacca, guarda quant’è cicciona … cià quelle scarpe, che l’ha prese da un monnezzaro … me pare ‘na spastica e mezza rincojionita …” “… lo sai che m’ha fatto quella? E’ annata a dì che m’ero messa co’ quello”. “Che str.. che è”. “Te l’ho detto che è ‘na f. de ‘na m.”. “Poi parla lei, ma nun la vedi come va vestita? Puzza ancora de latte. Cià du’ anni cià”. “Zitta sta qua dietro”.
Si cambia discorso.

“Ma come fa a annà in giro così? E’ proprio ridicola”. “Mo glielo faccio pure io quello che m’ha fatto, vado a dì pure io che lei è ‘na put…”. “Fai bene, o farei pure io se me desse fastidio pure a me”.
Oppure accostarsi senza farsi notare (e gli alberi lo permettono) al campetto di calcio ricavato per i piccoli:
“… brutto scemo nun sai manco dà un carcio ar pallone …” “… guarda che l’ho deviata, brutto mongoloide …” “… guarda che str… Pagnotta! E’ annato a segnà in quel modo …” “oh, manco me riesci a passà er pallone, ma che sei spastico? Me sa che ciai due de pressione… ah pensa che culo non ha segnato! … Voglio stare in porta io … … ma se te sei ‘n pezzo de cavolo, manco te sai butta’… ma li mortacci tua, proprio adesso me dovevi tirà! … Ma sei un cretino, manco riesci a segnà … ma sei un deficiente, manco sai parà … ma allora sei proprio ‘no stronzo … … stà attento, c’è Padre Guido…”
Sono malconci, è innegabile. Pochi, perché spesso programmati dai giovani genitori dopo anni di matrimonio (come se non fossero un dono di Dio: gioia e croce!) spesso lasciati volutamente senza un fratellino o una sorellina, rifiutati dai cortili (“Ieri gli han tirato un secchio d’acqua da una finestra perché facevano chiasso”, racconta una madre).
Però sempre bambini. Ed il sacerdote ha compreso quel che significa il “se non ritornerete come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli”.
Originali nel gioco, ogni occasione è buona: la potatura dei rami (capanne), i mucchi di foglie in autunno (tuffi), la legnaccia di rifiuto (fuochi!). Una volta la loro attitudine a scoprire il mondo aveva degli sfoghi naturali, come la “marrana” di Via Costantino, le “fratte” di Via Adelaide Bono Cairoli e … il frutteto delle suore Francesi.
Suor Adalberta, la giovane suora giapponese che si occupa (anche) dei fiori, nel suo primo anno di permanenza alla Garbatella, aveva accuratamente ricoperto i mazzi di nespole quasi mature con dei sacchetti di carta.
“Perché li copre, suor Adalberta?” “Perché se no i merli me le mangiano tutte” “E perché ha lasciato scoperte delle nespole?” “Perché anche gli uccellini devono avere la loro parte”. Una settimana dopo: “Suor Adalberta erano buone le nespole?” “Oh! Son venuti i corvi a due gambe e se le son prese tutte”.
Del resto suor Pina, rassegnata per l’inutilità dell’impari combattimento, negli ultimi anni telefonava: “mandi a prendere i fichi (o le susine, o le pere), ma lo faccia subito, se no scompaiono”. La frutta c’è ancora, ma evidentemente non interessa più i successori della “banda di Via Massaia”.
Un po’ come le volpi che, a Londra, hanno modificato il loro istinto inserendosi pienamente nell’ambiente cittadino, la categoria dei monelli ha elaborato altri piani di intervento. “Che, Padre cià ‘na calamita?” “A che ti serve?” “Avemo visto dei sordi in un chiusino de Via Garibaldi e volemo prennerli”. Se li han visti significa che sanno guardarsi attorno. “Padre, je serve ‘n rotolo de filo de fero? … in Via Costantino ce so’ de compenati boni pe le racchette (da ping-pong), le servono? … in Via dei Belardi ce sta ‘n secchio della Nettezza, abbandonato … je serve? … Padre, lo vole ‘n gattino?…”.

Ovviamente la proposta si aspetta una contropartita vantaggiosa: qualche soldo, un gelato, la pizza … Quando arrivava il Circo non erano solo i caldarrostari o i posteggiatori abusivi ad esserne attirati: come minimo la mattina ci si poteva “imbucare”, passando inavvertiti tra i carrozzoni, a cercare i soldi caduti sotto le gradinate agli spettatori la sera precedente.
Talvolta le cose andavan più in là di quel che dovevano, come quando una domenica sera due piccoli compari vengono scoperti, con tanica e tubo di gomma, ad “andar per benzina” tra le macchine assiepate durante lo spettacolo.
Una categoria che non deve scomparire. Perché il monello è sì un combinaguai, ma non ha nulla in comune con i teppistelli dediti alla prepotenza cattiva, che li han quasi soppiantati (sembra di veder la storia di Caino e Abele).
Nel piatto adeguarsi di tanti bambini alla TV, alla macchina paterna o materna che li accompagna a scuola, alla palestra ed alla piscina che li tecnicizzano (basta sentire come parlano!), essi si distinguono.
A loro si può sempre chiedere un servizio. Si possono rimproverare duramente e sanno accettare. Quando vi è la preghiera la sanno accettare (salvo essere i primi a scappare fuori per poter “arigiocare” ma, con i tempi che corrono, un bambino che ami il gioco non è poi così frequente).
E se son capaci di generosità, di pentimento, di preghiera e di gioia, significa che la loro strada nella vita la stan seguendo forse meglio di tanti altri, avviati all’indifferenza corazzata che caratterizza oggi troppi tredicenni.