Lo junting

La stanzetta accanto alla segreteria ha un suo stile.
La bandiera della colonia, un’ancora, un’amaca, una fisarmonica, un sestante, una pentola, una carta geografica, appesi ai muri trovano una loro spiegazione in un quadretto ad olio dipinto da Alex, un profugo ungherese che fu ospite per alcuni anni all’Oratorio.
La figura centrale del quadro è una ragazzetta che, accoccolata sulla spiaggia, in riva al mare, sogna di vedere un cerchio di figure sedute attorno al fuoco. Le bianche nubi estive scrivono nel cielo la parola “Juntig”. Un sogno d’estate.
L’idea era venuta a P. Guido a Torvaianica, osservando, nell’intervallo tra due bagni, il gruppo di 15 enni che avevano collaborato nel sorvegliare i piccoli. Sdraiati al sole, gli uni accanto alle altre in una piccola conca di rena tra due lievi dune che, con la rada vegetazione (inclusi alcuni gigli) e lo sfondo del mare, dava quasi l’impressione del deserto.
Un costume da bagno, la borraccia e la borsa accanto: tutto l’ambiente artificiale che abitualmente li avvolge era scomparso. Ma contemplando il gruppo nella sua bellezza, P. Guido aveva intuito che, come ricompensa della collaborazione, doveva offrir loro qualcosa di ben più vero del perenne star tra i banchi e libri che la “scuola” offre. Ed era la piccola barca della colonia, ormeggiata in riva al mare alle loro spalle, a dar l’idea dell’avventura in cui lanciarli. E la conca di sabbia tra due lievi dune divenne il punto di partenza per l’avventura estiva.
Dapprima lentamente (“quando mai i miei genitori me lo permetteranno?”), poi a ritmo accellerato, le spedizioni sono partite ed almeno una dozzina hanno raggiunto la terra dei Vikinghi. E’ venuto fuori così il nome Juntig. Altig si chiama la rupe dell’Islanda dove si radunavano, all’inizio dell’estate, i capi dei Vikinghi per programmare le loro scorribande estive (ed ancor oggi il parlamento islandese vi si reca per la prima seduta).
Il semicerchio dei ragazzi e ragazze in costume da bagno, seduti sulla rena attorno ai giovani che li avrebbero guidati, poteva chiamarsi Juntig Ormai l’immagine dei partenti che si radunano con gli zaini davanti al cancelletto dell’Oratorio, particolarmente d’estate, una componente familiare dell’ambiente.
Come pure il gruppo dei genitori che li attende al ritorno.
Zaino e portamento alla partenza sono un po’ artificiosi, ma al ritorno sono ben diversi: una certa trasandatezza, un passo dondolante, un tenere il carico sulle spalle anche soffermandosi a salutare. Si sente che la semplificazione ha operato, nelle giornate trascorse, in cui una fontanella, una tettoia, un po’ di soldi ed i propri amici attorno, hanno una compiutezza che, in confronto alla vita abituale, sembra proprio un sogno di una mattina d’estate. Ma ogni anno il programma primaverile che esce dalla Stanzetta dello Juntig ha come motto una frase della Bibbia: parole semplici che han parlato a tanta gente nei secoli:
“… ed ingiunse loro di non prendere nulla per il viaggio se non un bastone soltanto … non vi procurate oro né argento… non affannatevi per quel che mangerete o berrete, la vita non vale più del cibo?… guardate come crescono i fiori del campo: non filano e no tessono eppur Dio li nutre… ora se Dio veste così l’erba del campo, non farà assai più per voi, uomini di poca fede?… ho imparato ad esser preso, ho imparato ad esser ricco…”.

Nei giorni seguente al ritorno è abituale il ritrovarsi assieme. La doccia, la cena accuratamente preparata dalla madre ed un lungo sonno ristoratore nel proprio letto (ma quelli che ritornano dai viaggi più lunghi fan fatica a riabituarsi al materasso) hanno messo la parola fine all’avventura, ma è bello riviverne i momenti. P. Giudo considera questi racconti la sua paga immediata e non si stanca mai di sentirli: ne vien fuori un quadro di fatica, di fame di incertezze sul dove ripararsi, di freddo o di caldo, di gioia di ritrovarsi lungo le strade, di indifferenza e spesso di bontà della gente, che non ha riscontro nella vita in cui tra pochi giorni si dovranno riimmergere. Sono centinaia ormai i giovani “Garbatellesi” che hanno lasciato l’Oratorio con sacco sulle spalle, ed il Sacerdote sente che forse, queste esperienze, sono l’espressione più autentica del Vangelo che è riuscito ad offrir loro.
Sa anche che, se dovesse lasciare la Garbatella, l’unico oggetto che porterebbe con sé come ricordo materiale nella valigia, sarebbe quel piccolo dipinto appeso nella stanzetta.